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Cube (1997) - RayCube (1999 e 2018) - Bocconi 3D Cube (2008)

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Probabilmente uno dei progetti più multiformi di tutta la mia vita.

Si tratta di una Man Machine Interface per personal computer.

A 3D navigation 
desktop application 
able to concentrate in a 
single object almost 
the user functions, 
giving him an 
extraordinary user 
experience.

Il primo documento risale al 1997 ed è descrittivo del concetto e delle sue funzionalità.

Lo stesso concetto è stato poi ripreso nel 2008 per realizzare il Bocconi 3D cube descritto nel seguito.

Nel 1999 ho sfruttato questa GUI (Graphical User Interface) all'interno del romanzo Beat Bill!, poi ripreso nel 2006 con il nuovo titolo di Bfiction e nel 2018 nel libro Startup Fiction. Di questo testo modificato in più riprese nell'arco di vent'anni ne parleremo estesamente poi.

Il cubo nel frattempo aveva assunto la denominazione di RayCube. 

Riporto nel seguito il testo descrittivo tratto dal romanzo.

È un file piuttosto grosso. Il sistema ci mette un po’ a caricarlo, ma ne vale la pena. È l’interfaccia uomo macchina più bella che abbia mai visto”.

Il desk top di Windows ’95 scomparve all’improvviso sostituito da uno sfondo che dal nero dei bordi sfumava verso un blu metallico. Al centro un piccolo cubo di superficie metallica grigio scuro, illuminato da un’invisibile luce posta in alto a destra dello schermo, ruotava libero nello spazio.

Jack rimase per alcuni secondi ad ammirare la perfetta semplicità di quell’immagine dinamica, mentre si chiedeva come poteva interagire con quel piccolo cubo.

“Bello, eh?” disse Swatch che intanto gli si era seduto accanto.

“Bellissimo, ma come si usa?”

“Passa il puntatore del mouse sopra il cubo”.

Come Jack lo sfiorò, il cubo interruppe la propria rotazione e, con un effetto rapido ma progressivo, triplicò di dimensioni. Su ognuna delle facce erano comparsi nove pulsanti tridimensionali ciascuno caratterizzato da un’icona differente.

Jack aveva gli occhi sgranati e si capiva lontano un miglio che stava gongolando per il piacere.

Ogni faccia del cubo aveva un titolo che stava ad indicare la categoria alla quale appartenevano le applicazioni della faccia specifica. I pulsanti erano solo nove ma, nel caso le applicazioni di una specifica sezione fossero in numero maggiore, bastava cliccare sui triangolini posti vicino al titolo per far apparire altre icone e sfogliare l’intera sezione. Per passare ad un’altra sezione esistevano tre modi: ruotare liberamente il cubo con il mouse, fare clic sulle freccioline poste sui bordi della faccia, oppure fare clic sul rombo viola in basso al centro, per far comparire un menù a tendina sul quale scegliere la categoria alla quale si voleva andare. MoonRay, accanto ad ogni frecciolina aveva previsto di far comparire il titolo della relativa sezione, ma non aveva fatto in tempo a riportare questa sua intenzione nella demo. Naturalmente le sezioni possibili non erano solo sei quante le facce del cubo, ma potevano essere molte di più. Il pulsante screziato arancione invece consentiva di accedere al menù d’impostazione del Cubo. MoonRay aveva anche previsto di poter sfogliare, all’interno di un singolo pulsante, tutte le icone che facevano riferimento alla stessa applicazione, quali ad esempio l’unistall, l’help, ecc. Infine, premendo la piccolissima icona a forma di libro posta in alto a destra, si accedeva ad un sistema di gestione dei documenti. Non era un sostituto di File Manager o Explorer. Presupposto al suo funzionamento era che le directory, nelle quali erano archiviati i documenti, fossero una copia speculare della struttura visualizzata da The Cube e che l'utente salvasse i propri file in quelle directory. The Cube funzionava semplicemente da filtro, nel senso che visualizzava solamente le directory nelle quali erano archiviati i documenti e non tutte le altre possibili directory nelle quali erano contenute ad esempio le applicazioni. In quel modo, l'utente finale era "costretto" ad archiviare seguendo una precisa logica i propri documenti. L'applicazione naturalmente consentiva le operazioni elementari di un File Systems: copia, cancella, sposta, crea directory, rinomina.

“Allora che te ne pare?” chiese Swatch quand’ebbe terminato la sua esposizione.

“Non ho parole” rispose Jack, dopo un po’, mentre continuava a girare e a rigirare il cubo. “MoonRay ci ha lasciato proprio un bel regalo. Avevi ragione è la più bella interfaccia uomo macchina che abbia mai visto. Dobbiamo trovare il modo per ricambiare questo suo ultimo sforzo... Intanto chiama gli altri e fallo vedere anche a loro...”

Jack intanto si era alzato in piedi e aveva cominciato a camminare lungo tutto il perimetro della stanza.

Non degnò nemmeno di uno sguardo gli altri due quando entrarono e nemmeno le loro urla di ammirazione riuscirono a distrarlo dalla sua concentrazione.

“Ho trovato!” disse dopo cinque minuti abbondanti, sovrastando di almeno cinque decibel il frastuono che ormai si era creato nella stanza perché intanto era scoppiata una discussione su quale fosse il migliore strumento per sviluppare il cubo. “Ho trovato. Da questo momento B2 non esiste più, nemmeno come nome in codice. Alla conferenza stampa annunceremo il progetto con un nome ispirato a quello del nostro amico: RayCube. C’è parte del suo nome e c’è il riferimento alla sua grande idea d’interfaccia grafica. Suona bene. Sì, penso che anche MoonRay sarebbe d’accordo.

A questo punto RayCube non era più soltanto una GUI, ma era il nome del rivoluzionario sistema operativo descritto in questo minisito.

Nel 2008, mentre ero in Bocconi, sono riuscito a svilupparlo come Widget di Yahoo, delle piccole applicazioni dal costo di sviluppo anche se con caratteristiche più da "nice to have" che non da tool indispensabile,

Questo widget è ancora downloadabile su questi siti

Last but not least, ne 2018 ho ripreso questo testo, alleggerendolo di alcune parti, ma arricchendolo di capitoli saggistici sul mondo delle startup, grazie alla mi esperienza quale Direttore Generale di Speed MI Up, l'incubatore di Università Bocconi, Camera di Commercio e Comune di Milano.

Nasceva così Startup Fiction, edito nel 2018 addirittura da Pearson, il più grande editore mondiale di editoria scientifica ed education.

Qui sotto il bellissimo rendering realizzato da mio figlio Stefano.